Chiesa. Al via nelle diocesi il percorso del Sinodo: si “riparte” dalla gente

Per l’Italia anche la sfida del cammino nazionale. Il vescovo Brambilla: rinnovare il contatto con la società per dare corpo al Vangelo ascoltando il grido di tutti

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Non partiamo da zero. Serve uno stile nuovo per continuare il cammino». Il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, presidente della Commissione episcopale Cei per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, era stato il “relatore” che all’ultima Assemblea generale dell’episcopato italiano aveva presentato la sfida sinodale che attende ogni comunità. Oggi in ogni diocesi, per volontà di papa Francesco, si ripeterà il gesto compiuto una settimana fa dal Pontefice in Vaticano: l’apertura del processo sinodale del Sinodo dei vescovi. Un itinerario che nella Penisola si intreccerà con il cammino sinodale nazionale iniziato lo scorso maggio. C’è bisogno di una conversione pastorale per «tradurre in italiano il Concilio nel solco dello slancio con cui le Chiese in Italia in questi cinquant’anni hanno cercato di dire il Vangelo nel genio del nostro Paese», spiega Brambilla. E aggiunge: «Di nuovo, di provocatoriamente nuovo, c’è il metodo: fare un Sinodo sulla sinodalità. E per noi in Italia: scrivere gli Orientamenti pastorali con il popolo di Dio, a partire dall’ascolto, dalla ricerca e dalle proposte che ne vengono».


Eccellenza, il Papa ha riformato il Sinodo dei vescovi. Come leggere la scelta di trasformarlo in un movimento “diffuso” che parte dalla «consultazione del popolo di Dio»?


Sinodo “diffuso” o “dal basso”: si può dire in molti modi, ma lo si può fare solo riattivando la buona circolarità tra Vangelo e cultura, tra Chiesa e mondo, tra annuncio e territorio. Il Papa lo ha detto nella Lectio introduttiva di sabato 9 ottobre: se il sottotitolo del Sinodo universale è “Comunione, partecipazione e missione”, comunione e missione sono le due facce dello stesso incontro con il Signore risorto. La comunione fa stare presso di Lui, la missione lo dona al mondo. Ciò che resta da pensare è la partecipazione. Stare presso il Signore e donarlo agli uomini, infatti, chiede di immettere il seme nel terreno, il lievito nella pasta. Il mondo, la cultura, la vita quotidiana delle persone non sono solo uno scenario, un teatro su cui si svolge il dramma del Vangelo, ma è come il terreno e la pasta. Il seme senza terreno rinsecchisce, il lievito senza pasta diventa rancido, e viceversa anche il terreno senza seme diventa steppa arida e torre di Babele, la pasta senza lievito resta massa informe. Fuor di metafora: abbiamo bisogno di rinnovare il contatto con il mondo, la cultura, la gente, per dare corpo al Vangelo oggi. Torniamo ad ascoltare il grido di dolore e la domanda di ripartenza della gente, dei giovani e delle famiglie.

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