Se l’uomo non è più un essere “umano”

Foto di un’immagine della mostra “Massimiliano Galliani e Michelangelo Galliani. HYBRIS”, a cura di Alberto Zanchetta. Montecchio Emilia, fino al 27 marzo


La riflessione. Sull’inizio e sulla fine il mistero sia un patrimonio “laico”

Il dibattito sul referendum evidenzia l’insufficienza di una visione dell’umano di tipo deterministico. Le chiese devono saper mostrare il valore universale della resistenza di un dato inconoscibile
C’è un suggestivo testo di un’opera incompiuta del pensatore tedesco Friedrich Wilhelm Schelling, Le età del mondo, che da sempre mi interpella e mi fa da guida: «Il passato viene saputo, il presente viene conosciuto, il futuro presagito. Il saputo viene narrato, il conosciuto esposto, il presagito profetizzato […]. Dio deliberatamente avvolge in una notte oscura sia l’inizio del tempo passato sia la fine del tempo futuro. Non a tutti è concesso di conoscere la fine, solo a pochi di vedere le prime origini della vita, a pochissimi di pensare esaustivamente, dalla prima all’ultima, la totalità delle cose».
Questo vale per il macrocosmo, ossia per le origini e la fine dell’universo, ma anche per il microcosmo delle nostre umane e travagliate esistenze. A cosa non ancora o non più riusciamo a rassegnarci in questo Occidente nichilista e tecnocratico? Direi, col filosofo, che questa cultura, nella quale siamo immersi, con tutti i suoi vantaggi e le sue criticità, adotta una visione del mondo, dell’uomo e di Dio per la quale vige «la possibilità di conoscere il tutto» (Franz Rosenzweig). Esattamente il contrario di quanto si afferma in un’espressione ricorrente nella serie tv Dark, dedicata ai viaggi nel tempo e in onda su Netflix, secondo cui: «Quello che conosciamo è una goccia, ciò che ignoriamo è l’oceano!».
Sebbene, anche a livello scientifico (ovvero fisico-matematico), con buona pace del pur rispettabile, ma titanico, tentativo di Stephen Hawking, di elaborare una “teoria del tutto”, tale progetto risulti più utopico che realistico, la condizione umana che ci è dato vivere non può comportare solo una illuminazione-illuministica totale. Di qui la “notte oscura”, di cui parla lo Schelling dei Weltalter, e se a questa oscurità si può conferire il senso del buio fitto di tenebre che impediscono l’orientamento, esso può anche essere inteso, interpretato e vissuto nel senso del “mistero” della vita e della morte, dell’origine e della fine.
E proprio nei confronti della cultura di un certo illuminismo ideologico ha messo profeticamente in guardia papa Francesco nel suo videomessaggio per il centenario dell’Università Cattolica di Milano (19 dicembre 2021) allorché ha chiesto ai giovani di tornare alle “radici” senza per questo diventare “tradizionalisti”: «Come studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore appartenete a una comunità di studi con solide radici, dalle quali potete attingere per la vostra formazione e per rinnovare, ogni giorno, l’entusiasmo di andare avanti e assumere la vostra responsabilità nella società. Non diventare tradizionalisti delle radici, no, prendere dalla radice per crescere, per andare avanti, per giocarvi la vita. Questo è l’orizzonte che vi propongo in questo centenario».
È necessario superare «la categoria dell’illuminismo» e lasciare spazio ad un «nuovo pensiero» (parola di Rosenzweig) e alla sua creatività, ha affermato papa Francesco. «Il mondo, oggi soprattutto, è totalmente interdipendente; tale condizione richiede uno sforzo inedito, perché questo cambiamento epocale ha reso obsolete le cornici interpretative del passato, che non sono più utili per comprendere il presente. Si tratta di progettare nuovi modelli di pensiero, per definire soluzioni alle urgenze che siamo chiamati ad affrontare: da quelle ambientali a quelle economiche, da quelle sociali a quelle demografiche».
E si tratta di un compito autenticamente laico, ossia di uno sforzo di elaborazione e rivoluzione profondamente culturale consapevole anche della possibilità e della presenza della storia di un “illuminismo cristiano”, che, come insegnava l’allora cardinale Josef Ratzinger (2005), trova la sua origine nella “illuminazione” che la rivelazione viene a donarci. «In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato […] È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera riconciliazione tra Chiesa e modernità».
La tentazione di poter programmare in maniera esaustiva il tutto, e quindi anche principio e fine dell’esistenza della persona e dell’universo, è quella di sempre e non è imputabile soltanto all’illuminismo radicale e irriverente, che si è ritrovato “insoddisfatto” (secondo la formula hegeliana della unbefriedigte Aufklärung).
“Diventerete come Dio!” (Gn 3,5) è la tentazione del serpente. E se c’è una religione che tenta in tutti i modi di prevalere nella storia dell’umanità, opponendosi alle fedi storiche, è quella degli ofiti (la setta gnostica degli adoratori del serpente), mascherata di razionalismo e scientismo, di progresso e tecnologia. La persona non è una macchina il cui hardware dipende da un software che qualcuno, magari il soggetto stesso, possa programmare in maniera deterministica e assolutamente calcolata. Agli albori della presenza umana sulla terra, non siamo riusciti a rigettarla e ci siamo lasciati tentare, soccombendovi. La salvezza-liberazione che Cristo ci ha donato non toglie tuttavia la ricorrenza della tentazione e dei tentativi, mascherati dall’esercizio di una presunta libertà, che non si esprima secondo responsabilità, ossia risposta verso il dono di una vita, che, come diceva nell’udienza del 16 febbraio scorso papa Francesco, va sempre e comunque custodita.
Certo non possiamo imporre una visione biblica e di fede alla cosiddetta società civile, ma possiamo e dobbiamo mostrare la valenza laica di tale Weltanschauung così come espressa nella pagina filosofica sopra evocata. La tentazione di “diventare” Dio, dimenticando che siamo stati creati a sua immagine e somiglianza, percorre la storia e assume forma concreta e politica nei diversi totalitarismi, ai quali non bisogna mai cessare di opporsi e che non bisogna mai considerare definitivamente sconfitti. Alla cultura dell’illuminazione totale si oppone il pensiero del “mistero”, di cui nessuno può appropriarsi e che nessuno può manipolare, oserei dire neppure le religioni e le chiese e tantomeno le ideologie. Se tale consapevolezza potrà essere in grado di accompagnare le nazioni nei loro processi legislativi, in particolare concernenti l’inizio e la fine dell’esistenza umana, allora ci saranno ottime occasioni per vedere rispecchiata nelle leggi l’autentica condizione umana, a prescindere dall’appartenenza a schieramenti di ogni genere.

20 Febbraio 2022 da Giuseppe Lorizio

Fonte: Avvenire

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